Pierfrancesco

L’articolo che leggerete è stato scritto da un mio allievo tra i più ligi, forti e determinati che ho avuto la fortuna di guidare in questi ultimi anni: Pierfrancesco. Gli avevo chiesto di scrivere qualcosa da affiancare alla sua foto nella pagina degli alunni sul mio sito, lui ha lasciato scorrere la penna sul foglio sorprendendo se stesso.

A noi due questa paginetta crea un nodo in gola e qualche lacrima perché quelle difficoltà sono durate ben più di qualche riga: anni! …e le abbiamo vissute in prima persona.

Buona lettura

Giovanni

 

“Sono Pierfrancesco,

ho 17 anni, vivo a Roma e suono la tromba. Sono uno studente di un liceo scientifico.

Mi piace studiare, leggere, andare in bici e giocare a badminton. Il mio interesse più grande e duraturo, tuttavia, è la tromba. La storia del mio interesse per la musica, di come ho scelto lo strumento e di cosa sia successo dopo, si trova qui di seguito.

Roma, Anno 2011

Ho 7 anni, e sono sdraiato sul divano della mia casa a Roma. Sto guardando un cartone animato insieme a mia sorella Chiara. Si chiama “Fantasia: quando la musica si fa immagine” di Walt Disney. La copertina del DVD non doveva essere molto diversa da questa:

Essendo la musica protagonista, molti strumenti si susseguono nel corso della storia. Uno in particolare, tuttavia, cattura la mia attenzione. È uno strumento che non ho mai visto prima. Mi piace il modo in cui suonano quei musicisti: in piedi, con un lungo tubo di metallo attorcigliato davanti alla loro bocca, e loro ci soffiano dentro. Il suono è potente e dolce allo stesso tempo. Chiedo ai miei genitori di che strumento si tratti. Loro mi dicono che è una tromba. 

Dopo un po’ di giorni, mi accorgo che il pensiero di quanto bello debba essere suonare quello strumento non va via dalla mia testa. Allora mi chiedo se anche io possa suonare uno di quei pezzi di metallo. Vado dai miei genitori e gli chiedo, come molti bambini fanno, se possa avere una tromba per imparare a suonarla. Loro, come tutti i genitori fanno quando i figli chiedono di comprargli qualcosa, dapprima temporeggiano. Visto che le mie richieste ed il mio interesse non cessavano, anche i miei genitori prendono la situazione più seriamente. Gli piace l’idea che io voglia suonare uno strumento, ma provano a suggerirne altri. Mi chiedono se sia sicuro di voler suonare la tromba, e non invece il pianoforte. Mio padre continuava a dirmi che ho delle mani da pianista. Ma io volevo suonare la tromba.

Dopo non molto tempo, i miei genitori cedono, e si decidono a comprare una tromba. 

Siamo a Frosinone, capoluogo del Lazio, e luogo d’origine di entrambi i miei genitori. Andiamo in auto al negozio di strumenti musicali più famoso in città. Si chiama “Vicini” e si trova sulla strada antistante la piazza dove si trova l’ormai ex stadio del Frosinone Calcio, volgarmente chiamato “Matusa”. Il negozio non è grande. Entriamo. I miei genitori chiedono se ci fosse una tromba non molto costosa da poter comprare. Il commesso, che sembra intendersene, ci mostra la più economica di tutte. “Siamo intorno ai 300” dice. “Olio e grasso esclusi, ovviamente”. La tromba è tutta dorata e mi piace un sacco. Faccio la faccia che uso quando desidero qualcosa con tutto me stesso. I miei genitori la comprano, e acquistano anche l’olio e il grasso. (Per la cronaca: ho comprato la mia seconda boccetta di olio per la tromba solo qualche mese fa, dopo oltre 9 anni, e il grasso che uso ora è lo stesso di quel giorno del 2011). Esco dal negozio felicissimo. La custodia è rigida, ma più avanti, per alleggerire il carico che avrei d’ora in poi dovuto portare, ne avremmo comprata una morbida, che è quella che uso ancora oggi. 

Ora serviva qualcuno che mi insegnasse come soffiare dentro questo aggeggio per far uscire un bel suono, come nel DVD. I miei genitori si mettono alla ricerca di un cosiddetto “maestro di tromba”. Alla fine della ricerca, ci sono due opzioni. Prima di scegliere quale dei due maestri affrancare, li provo entrambi. 

Il primo lavora in una scuola di musica nella zona di Conca d’Oro, non lontano da casa. È un tizio pelato con la barbetta quasi bianca, credo sulla cinquantina. La prima cosa che fa è disegnare una tromba su un pezzo di carta e spiegarmi grossolanamente come funzionano i suoi meccanismi. Io ascolto attentamente. Facciamo qualche nota, ma niente di che. A fine lezione, mamma mi chiede come sia andata. Io rispondo che non è male, ma non mi sembra niente di che. (Come poi mia madre mi rivelerà, quel maestro non era un musicista a tempo pieno, ma piuttosto un ingegnere che suonava la tromba per svago.)

Allora, qualche giorno dopo, andiamo dal secondo maestro. Entro in una cameretta piccola e senza finestre. C’è un tipo con i capelli neri un po’ spettinati e la barba che siede su una sedia. Ha una faccia amichevole. La stanza è piena di fili messi a terra e collegati da un lato ad una presa elettrica e dall’altro ad un computer. Di fianco a lui c’è una sedia e il tipo mi fa cenno di sedermi. Io poggio la custodia, saluto mamma, che aspetta fuori, e la lezione inizia. Il tipo con la barba e i capelli neri si presenta: “Mi chiamo Giovanni” dice. “Pierfrancesco, piacere” dico io. Sullo schermo del computer ci sono delle righe orizzontali con delle palline vuote disegnate sopra. Giovanni dice che quella è un’applicazione chiamata “Smartmusic”, e che ci avrebbe aiutato a suonare facendoci da base e dandoci il tempo. Allora fa una nota con la tromba e mi dice di provare. Esce poco più di una pernacchia. Ci alterniamo: lui fa una nota e io devo imitarla. Mi piace questo metodo. Poi avvia l’applicazione. Mi dice che quelle sono note e si possono leggere. Poi avrei imparato a farla, ma solo in un secondo momento. Prima la pratica. A fine lezione qualche suono era uscito, credo, e me ne vado contento. 

Mamma mi chiede, in macchina, quale maestro preferisca. Io le dico che il secondo forse mi è sembrato meglio del primo. Mamma aggiunge che il secondo, quello con i capelli neri e increspati, sarebbe venuto a casa nostra a fare lezione, e non io da lui. A quel punto la mia pigrizia ha avuto l’ultima parola. “Sei sicuro, Pier?” mi chiede mia madre. “Sì”. 

Così comincia la mia avventura con Giovanni, che ormai sa la strada per arrivare a casa mia meglio di me, e mi conosce così bene che per me è quasi uno zio o qualcosa del genere. 

Fatto sta che iniziamo le lezioni. Apro un account Smartmusic a pagamento, che rinnovo ogni anno, fino a uno o due anni fa, quando il canale YouTube di Giovanni ha avuto la meglio. 

Roma 2013

Ho 9 anni e per me si apre una nuova possibilità: suonare in un’orchestra giovanile. Si chiama “Juniorchestra” ed è gestita dall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, che ha sede all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Giovanni è un po’ scettico all’inizio: non crede che riesca ancora a passare l’audizione. Comunque i miei genitori mi fanno provare. Io ho tanta paura. Tanta ansia. Preparo un pezzo: My Pretty Jane. L’audizione va così così. Ma alla fine mi ammettono. La prima lezione in orchestra è un incubo: così tanti ragazzi, tutti più grandi, ed io non conosco nessuno. Le lezioni successive, ogni venerdì dalle 17.00 alle 20.00, non vanno meglio. Un giorno prima di entrare in sala scoppio a piangere. Mia madre sta per togliermi dall’orchestra quando interviene il direttore, Simone. Dice “Signora, la capisco. Ma, mi ascolti: aspetti il concerto di Natale. Vedrà che cambierà idea.”. È uno che ci capisce, Simone, quando si tratta di giovani musicisti. E ci ha capito anche quella volta. Il concerto di Natale 2013 non lo scorderò mai più. 2800 persone in sala Santa Cecilia. Noi tutti vestiti con il maglione azzurro della Juniorchestra. Da quel momento ho apprezzato l’esperienza di suonare in orchestra, per quattro o cinque anni. Nel 2018, ma in realtà anche prima, iniziano i primi problemi, che mi porto dietro fino ad oggi.

In orchestra bisogna suonare. Ovvio, ma intendo che il suono deve uscire. Non importa se non è perfetto: l’importante è che esca, sempre. Il tipo di musica che suonavamo era spesso movimentata, molto staccato, spesso un martirio per le labbra. Il metodo che usavo, con la campana rivolta verso il basso, stava smettendo di funzionare. Non miglioravo più, ma peggioravo. Giovanni mi dice che è ora di cambiare, di fare il grande passo. Vuole farmi adottare il metodo dei musicisti professionisti: campana in alto, no stress per le labbra, suono pulito sempre a tutti i costi, anche a costo di non far uscire il suono. E così fu. 

Il primo giorno di nuovo metodo, ancora lo ricordo, esce un La alto, o forse un Do sopra quel La. Note a cui io mai sarei riuscito ad arrivare prima. Dopo, però, solo soffio. Niente più suono, se non sporadicamente. E il suono, per uscire, avrebbe dovuto aspettare mesi, e addirittura anni per guadagnare solidità e sicurezza. Quel momento, il momento della solidità e sicurezza, ancora non è arrivato. Ma io, come un ebreo che prega ogni giorno perché arrivi il Messia, mi esercito ogni giorno, o quasi, affinché arrivi quella sicurezza per cui tanto ho lottato. 

Entro in una nuova realtà: il liceo. Non è facile riuscire a dedicare tempo alla tromba quando si hanno tanti compiti. Ci sono stati momenti di parziale recessione. Momenti in cui quasi non ci credevo più, quasi ho mollato. Ma mai ho perso la speranza, e soprattutto mai ho perso la fiducia in Giovanni, nemmeno quando non c’era apparentemente nessun motivo per dargliela. Un giorno stavo davvero valutando se mollare, ma poi mi sono detto: “Pier, ma ti rendi conto? E’ la tromba! E’ la tua tromba! Ed è Giovanni! Come puoi anche pensare una cosa del genere?”. Allora sono ritornato sui miei passi. Ed era la cosa giusta. 

Da Aprile 2020, nel periodo del lockdown fino ad oggi, ho suonato quasi tutti i giorni, eccetto qualche rara eccezione. In periodi di verifiche frequenti questo pattern si è indebolito, ma subito ripreso appena possibile. 

Ora sono in Canada. Prima della partenza la gente mi chiedeva. “Ma porti la tromba?”. Ed io: “E’ una domanda da fare?”. Ha occupato mezzo bagaglio a mano, ed ho dovuto rinunciare ad alcuni vestiti, ma ne è valsa la pena. Ne vale sempre la pena quando si tratta di tromba. Della mia tromba. 

Sì, perché le altre trombe non sono e non saranno mai come la mia. Quante volte mi è stato suggerito di cambiarla! Non accadrà mai. Finché suona, la suono. Quando non suona più, ne compro una nuova, ma quella la tengo. E’ la mia compagna di viaggio, di emozioni, di vita. E’ come una persona per me. La porto sempre con me, dovunque io vada. L’ho disprezzata, lanciata sul letto, accarezzata, stretta al petto, pianto su di essa. 

Ed anche adesso, mentre scrivo sulla tastiera del mio computer, e ripercorro la mia esperienza con la tromba e Giovanni, mi escono le lacrime. Non lo avrei mai detto, ma sta succedendo. Non so perché, ma sta succedendo. E allora capisco che per me è una cosa importante. E’ parte della mia vita. E non potrò mai farne a meno.

Grazie musica. Grazie tromba. Grazie Giovanni, per aver cambiato la mia vita.

Oakville (ON), 11 Settembre 2021

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