Quest’anno, nell’ambito del nuovo progetto di collaborazione dell’LWGT Trumpet Project, avviato insieme a La Fabbrica dei Ricordi Felici, lo spettacolo “Lasciare libero il passaggio” ha creato un’atmosfera particolarmente intensa e riuscita al Piccolo Teatro di Monterotondo. Grazie a questa collaborazione, si è sviluppata una sinergia rara tra teatro e musica a Monterotondo, in cui l’introduzione musicale e l’azione scenica non si limitano a convivere, ma si intrecciano con naturalezza, amplificandosi a vicenda e accompagnando lo spettatore in un’esperienza emotiva profonda.
Una scelta nata anche dalla volontà di unire due realtà artistiche che condividono visione e sensibilità: il Piccolo Teatro e il progetto musicale Learn With Giovanni Todaro, incontro reso possibile dalla sensibilità e dall’impegno di Dania Appolloni, che con attenzione e passione continua a creare ponti tra linguaggi e generazioni.
Ci sono spettacoli che cominciano quando si alza il sipario. E poi ce ne sono altri che iniziano prima, in quello spazio sottile tra il brusio della sala e il primo gesto in scena. Il 15 febbraio questa soglia ha avuto un nome preciso: Gymnopédie No.1 di Erik Satie, scelta dal Maestro Giovanni Todaro per aprire lo spettacolo con Mary Scicolone, composizione registica e drammaturgica di Ilaria Bisozzi.
La scrittura di Satie è essenziale, sospesa, quasi fragile. Le sue armonie lente e circolari non impongono un’emozione, ma aprono uno spazio interiore. E questo spazio è esattamente il luogo in cui lo spettacolo ci conduce: una giornata apparentemente qualsiasi che diventa immensa, il tentativo di “tenere insieme i pezzi”, la domanda silenziosa su come si dica addio.
La Gymnopédie No.1 immerge il pubblico in un’atmosfera di riflessione e profondità ancora prima che la parola arrivi. È come se preparasse il terreno emotivo: rallenta il respiro, alleggerisce il rumore mentale, invita all’ascolto. In uno spettacolo che parla dei piccoli gesti quotidiani che compongono la vita e delineano la morte, quella semplicità musicale diventa specchio perfetto.
Inoltre, nell’arrangiamento per trombe, il timbro assume una dimensione ancora più umana: il suono del fiato richiama il respiro, e il respiro è vita. È presenza. È ciò che resta finché resta.
Satie non spiega, non guida, non offre cartelli – proprio come la vita non offre istruzioni su come dire addio. E forse è proprio per questo che è il modo più autentico per iniziare: lascia uno spazio libero, un passaggio aperto, in cui ognuno possa entrare con la propria storia.
In un lavoro che interroga l’addio, la permanenza, ciò che resta dei fiori e delle persone, l’introduzione musicale non è un semplice preludio: è un gesto poetico coerente, una soglia emotiva.
E quando teatro e musica si incontrano grazie a una visione condivisa, non si sommano semplicemente: si amplificano. In quello spazio sospeso, fragile e vero, lo spettatore non è più soltanto pubblico. È già parte del viaggio.
